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HIV e AIDS INFO e aiuto sulla sieropositività: si discute di HIV e AIDS, dei problemi della sieropositività, di farmaci e ricerca scientifica.
               
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MessaggioInviato: venerdì 1 dicembre 2017, 6:09 
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    VOCI DAL MONDO DELL'HIV/AIDS


    Per noi parlare di HIV/AIDS è cosa quotidiana. Il resto del mondo ne parla nella settimana attorno al primo giorno di dicembre di ogni anno e, pagato il doveroso tributo alla memoria dei morti e alle speranze dei vivi, se ne dimentica fino all'anno successivo.
    Quest'anno abbiamo deciso di commemorare il World AIDS Day con alcune interviste a scienziati e attivisti, chiedendo loro di parlare delle loro ricerche e del loro impegno, di alcuni fra gli aspetti che caratterizzano l'infezione da HIV e la narrativa che le è stata costruita attorno oggi, a più di 35 anni dall'inizio dell'epidemia, a più di 20 anni dalla svolta della terapia antiretrovirale combinata.

    Le persone che hanno accettato di rispondere ciascuna a tre delle mie domande sono - in ordine alfabetico per non dare la preminenza a nessuno - Jonathan Bazzi, Marina Lusic, Sandro Mattioli, Guido Poli, Andrea Savarino, Guido Silvestri e Uffa.
    Da parte mia, un grazie di cuore a tutti per il loro impegno nella lotta contro l'HIV/AIDS, per il sostegno alle persone con HIV e per il tempo che ci hanno dedicato.

    Dora


Iniziamo con 7 interviste. Altre magari se ne aggiungeranno nei prossimi tempi.


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MessaggioInviato: venerdì 1 dicembre 2017, 6:10 
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JONATHAN BAZZI - un modo di declinare SILENCE = DEATH nel quarto decennio dell'AIDS

Jonathan Bazzi, dopo una laurea in filosofia, collabora con diverse testate online, scrivendo di cultura, di attualità e di vita e diritti delle persone LGBTI.

    Immagine Jonathan, un anno fa, in occasione del World AIDS Day 2016, tu hai rivelato pubblicamente in un articolo su Gay.it di avere l’HIV. Hai scritto anche le ragioni per cui avevi deciso di non nasconderti e una, in particolare, mi ha colpito: perché non nascondere nulla, non avere segreti, è il tuo modo di proteggerti. Una motivazione che ai più, abituati a nascondere gelosamente i propri segreti, può apparire paradossale, forse anche dettata in parte da esibizionismo, tanto più in un Paese in cui le persone con HIV tendono – per molte, ottime ragioni - a mantenere una stretta riservatezza sul loro stato sierologico. Ma che, proprio per questo, aveva una meravigliosa carica rivoluzionaria: io sono quello che sono e non voglio mentire, perché essere quello che sono è la mia forza.
    Hai pagato un prezzo per questo? Ritrovandoti al 30 novembre dell’anno scorso, cambieresti la tua decisione?


    Lo rifarei, senza dubbio. Non mi sono pentito. La scelta di rendere pubblica la mia sieropositività è radicata nel modo in cui sono fatto: mi piace mettere in circolo le cose, farne oggetto di parola e giudizio. Non sono molto sensibile all'idea di privacy. Molto spesso vivo con distanza e estraneità le mie stesse caratteristiche. Il virus io non lo sentivo "mio": ho voluto dirlo a tutti per imparare a familiarizzare con questa nuova parte di me attraverso lo sguardo degli altri. Ovviamente questo mi ha reso più esposto, un bersaglio piuttosto comodo per chi vuole accanirsi: ma proprio il fatto di aver messo le cose in chiaro fa sì che io ora posso denunciare e diffondere qualsiasi insulto - anonimo o meno - mi arrivi. Ho deciso di usare me stesso per fare questa specie di esperimento, per mettermi a disposizione delle reazioni degli altri. Ammetto di averlo fatto anche perché ho una situazione personale piuttosto solida: il mio ragazzo e la mia famiglia mi sono sempre stati vicini, quindi quella è la mia tana sicura. Il punto da cui parto e dove so sempre che posso tornare a leccarmi le ferite. Che comunque, per fortuna, non sono frequenti. Chi mi accusa di esibizionismo implicitamente sta dicendo che avrei dovuto fare come si fa di solito, che mi sarei dovuto nascondere.


    Immagine L’estate scorsa hai raccontato su Vice di esserti, senza pensarci troppo sopra, iscritto a Sarahah, la app che permette di ricevere messaggi anonimi da parte di persone con cui si è in contatto sui social, e di essere stato sommerso da una valanga di messaggi violenti e stigmatizzanti. Si è rivelato un esperimento sociale sulla cattiveria umana in cui eri insieme cavia e sperimentatore.
    Il non sapere chi fra i tuoi contatti pensava cose orribili di te e aveva una tremenda urgenza di fartelo sapere ha modificato il tuo modo di porti nei social?
    L’incontro con lo stigma che ancora grava sulle persone con HIV è stato certamente facilitato dall’anonimato e lo si vede anche quotidianamente in Rete, dove persone miti e gentili nella vita di tutti i giorni riescono a trasformarsi in mostri e le loro parole in cloache. Hai percepito lo stigma anche nella tua vita off line?
    Come hai gestito il trauma e il senso di ingiustizia che queste esperienze in genere portano con sé?


    No, non credo di aver cambiato il mio modo di pormi dopo i messaggi su Sarahah. Continuo a raccontare di me, sui social o meno, quando ho qualcosa da dire o quando me lo chiedono. Al massimo elimino dagli amici o blocco chi arriva sulla mia bacheca a fare il fenomeno. Ma faccio lo stesso con chi sostiene posizioni misogine o sessiste, ad esempio. Tra l'altro sono convinto che dietro quei messaggi ci fosse una stessa persona, o al massimo due o tre. Avevano uno stile comune e c'era un accanimento quasi ridicolo. Io ho un rapporto molto naturale col fatto di essere sieropositivo e questo mio modo di vivere la cosa non viene intaccato da messaggi o insulti, anche perché parallelamente mi arrivano sempre anche le attestazioni di affetto e di stima. E anzi forse, in questo anno trascorso dal coming out, mi hanno stupito di più i messaggi di chi mi ha percepito come un mezzo eroe o uno "con le palle": per me davvero è stato tutto spontaneo, non mi sono forzato a fare niente e tuttora la vivo così. Mal sopporto i sospetti, i segreti, il pettegolezzo: per questo ho voluto dichiararlo in modo così plateale. Nella vita quotidiana fuori, fuori dalla rete, al massimo ho trovato un po' di curiosità, qualche domanda di troppo, ma niente di troppo ingombrante.


    Immagine Il World AIDS Day ha certamente per te un significato di anniversario personale. Ne ha anche uno generale? Che senso ha, ora che l’infezione da HIV può essere ben controllata mediante i farmaci antiretrovirali e che è dimostrato che le persone in cui la viremia è stabilmente non rilevabile non possono trasmettere l’infezione, commemorare il I dicembre? C’è ancora un senso di urgenza, di emergenza, cui cercare di dare una risposta? In che modo si può evitare che questa, come tutte le giornate commemorative, sia solo un guscio fatto di retorica e buoni propositi privo di contenuti reali, che tutti dimenticano appena si conclude?

    Innanzitutto io credo sia un'occasione importante per coltivare la nostra memoria storica e dedicarci al racconto e al ricordo delle tante vite spezzate ma anche dell'impegno dei militanti e dei progressi stratosferici della medicina. La storia dell'HIV e dell'AIDS a me appassiona e emoziona tantissimo: spero si colga l'occasione, magari anche nelle scuole, coi più giovani, di parlarne e dedicarsi alla dimensione culturale e sentimentale di questa malattia che è sempre stata così visceralmente legata alle relazioni e ai rapporti più intimi. Oltre a questo, oggi credo sia fondamentale eliminare la paura e lo stigma che portano la gente a non fare il test. È importante farlo con dei consigli pratici, non tanto con gli slogan che lasciano un po' tutto com'è. La visibilità di chi, come me, ci mette la faccia dovrebbe avere anche questo senso: far vedere che di HIV non si muore più e che anzi non si diventa neanche dei morti viventi, grigi e con l'alone viola. Un sieropositivo oggi - se si cura e fa i controlli - ha una vita più che tranquilla dal punto di vista medico. Dicevo dei consigli pratici: è fondamentale, ad esempio, che ognuno trovi il suo modo per arrivare al test, e periodicamente. C'è chi preferirà andare da solo al centro prelievi ma, ad esempio, oggi c'è anche il test in farmacia che si può fare da soli. Parlarne con qualche amico, o col proprio partner, e fare insieme il test a casa è un'opzione nuova, che può sciogliere un po' di remore e timori. Dev'essere chiaro che l'unico pericolo reale è avere l'HIV senza saperlo. Bisogna rinnovare l'immaginario, alleggerire i toni e fornire nuovi modelli, più rassicuranti e meno cupi.


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MessaggioInviato: venerdì 1 dicembre 2017, 6:10 
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MARINA LUSIC - gli studi sull'integrazione di HIV e una visione dell'Italia dall'esterno


Marina Lusic, immunologa, virologa, biologa molecolare, lavora oggi presso il Dipartimento di Malattie Infettive dell’Università di Heidelberg, dove dirige un gruppo di ricerca che studia i meccanismi cellulari utilizzati da HIV per promuovere o reprimere l’espressione dei propri geni.


    Immagine Marina, nel 2015, quando ancora lavoravi a Trieste con il prof Mauro Giacca, hai pubblicato un lavoro molto importante su Nature. Qui dimostravate di avere scoperto i punti precisi in cui, all’interno del nucleo della cellula, HIV integra il proprio materiale genetico ed entra in uno stato di latenza, in cui è silenziato, non esprime alcuna delle sue proteine, e quindi rimane invisibile sia al sistema immunitario, sia ai farmaci antiretrovirali. Quella della latenza è la principale caratteristica di HIV che rende così difficile trovare una cura dell’infezione.
    Oggi non lavori più in Italia, ma dirigi un gruppo di ricerca presso il Dipartimento di Infettivologia dell’Università di Heidelberg. Che cosa è successo in questi ultimi due anni? Su che cosa hai lavorato?


    Nel nostro lavoro di Nature abbiamo dimostrato dove, nello spazio nucleare, HIV-1 si posiziona quando transcrive e replica. Il lavoro purtroppo non affrontava in maniera diretta la latenza virale. Nel lavoro uscito nel 2013 sulla rivista Cell Host and Microbe abbiamo affrontato il stato di latenza e il così detto rifugio cellulare del virus nei così detti PML Nuclear Bodies.

    Entrambi i progetti sono stati continuati nel mio nuovo laboratorio a Heidelberg. Abbiamo continuato a caratterizzare i siti di integrazione del virus con lo scopo di capire come essi possono portare alla latenza. I studi pubblicati nei ultimi 3 anni hanno identificato un numero notevole di posti nel genoma cellulare dove virus integra. Utilizzando la bioinformatica e le metodologie per caratterizzare la cromatina, abbiamo scoperto che sia nei pazienti HIV sottoposti alla terapia, sia nelle culture primarie di infezione, HIV-1 preferibilmente integra nei geni che vengono chiamati geni di identità cellulare. Questi geni rispondono ai determinati stimoli di attivazione e solo dopo questa attivazione cellulare si posizionano nella periferia, in prossimità ai posti dove il virus entra nel nucleo. Pur essendo geni attivi, non è solo il loro stato trascrizionale che li definisce come geni ricorrentemente targatati da HIV. In più abbiamo scoperto che questi geni creano dei cluster specifici nel nucleo dove il virus va a colpire non geni isolati ma gruppi di geni che rappresentano cosi chiamate comunità. Integrandosi in questi geni il virus è in grado di entrare nello stato di latenza transcrizionale, dalla quale riesce ad essere risvegliato con la stimolazione della cellula. Essendo queste comunità molto eterogenee, adesso stiamo lavorando di capire come, in dipendenza della comunità dove si trova il virus può essere risvegliato .
    Tutto questo significa che il virus ha sviluppato strategie per adattarsi alla complessa organizzazione nucleare che gli permette sia di entrare nello stato di latenza, sia di trascrivere in maniera migliore il proprio genoma.

    Nello studio parallelo abbiamo cercato di capire come, nel modello di latenza nelle cellule primarie CD4+ T la replicazione del virus influisce sui programmi trascrizionali cellulari. Abbiamo quindi utilizzato il modello del paper di Cell Host Microbe e abbiamo trovato che nelle prime fasi della infezione, quando HIV-1 replica attivamente, la cellula ospitante risponde con un programma transcrizionale che coinvolge i geni della risposta allo stress ossidativo. In particolare, abbiamo trovato un pathway regolato dalla proteina Nrf2 che risulta diverso tra le cellule infette e quelle di controllo. Siccome si tratta di un pathway molto complesso, abbiamo analizzato le varie componenti e abbiamo trovato un collegamento interessante con le strutture di PML che abbiamo descritto nel passato. Queste strutture si sono verificate come dei buoni marcatori del virus latente, mentre la replicazione del virus risulta in diminuzione nei numeri totali di PML Nuclear Bodies.


    Immagine Insieme alla ricerca di nuovi farmaci che permettano di impedire la progressione dell’infezione e a quella di un vaccino che permetta di prevenirla, la ricerca di una cura, se non eradicante almeno funzionale, che consenta una remissione prolungata dell’infezione, cioè un controllo della viremia senza bisogno di assumere farmaci, è oggi uno dei campi più interessanti e difficili di tutta la ricerca biomedica. Quali ricerche ritieni più promettenti?

    La ricerca che prevede l’uso di broad neutralizing antibodies (bnABs) è quella che vedo più promettente. Questi anticorpi sono stati isolati dai pazienti infetti con HIV-1 che riescono a controllare l’infezione virale, non sviluppano quindi la malattia e vengono chiamati Elite Controllers. Utilizzando questi anticorpi o le loro modifiche, i ricercatori dalla Rockefeller University di New York dal gruppo di Michele Nussenzweig hanno dimostrato che riescono a controllare il load virale quando questi anticorpi venivano combinati con i inibitori delle HDACs (histone deacetilases). Adesso c’è in corso un clinical trial che rappresenta joint efforts dei ricercatori e medici dalla Rockefeller, medici dalla University Clinic di Cologna e un gruppo di ricerca dalla Danimarca che ha sintetizzato questo specifico inibitore di HDACs (HDACi), chiamato Romidepsin. Nonostante i risultati sembrano promettenti, rimane comunque una parte di cellule infette che non riescono ad essere risvegliate con solo trattamento con i HDACi. Il motivo per questo è che la latenza virale è un processo/evento che dipende dai fattori multipli e che non basta un unico attivatore per risvegliare tutti i reservoirs.
    Comunque, l’utilizzo dei bnABs sembra essere la strada giusta per controllare la carica virale nei pazienti anche in assenza di terapia comune. Ci vorranno ancora tanti studi per capire quale è la combinazione giusta tra bnABs e i composti in grado di riattivare il virus.


    Immagine Vivendo all’estero, hai acquisito una prospettiva esterna sulla situazione italiana, che ti consente una certa distanza e quindi una maggiore obiettività: se ci riparlassimo fra un anno per fare il punto sulla ricerca su HIV in Italia per il World AIDS Day 2018, che cosa, realisticamente, vorresti vedere cambiato?

    Italia purtroppo si è fermata nella lotta contro AIDS. Sembra che la ricerca è la questione del passato, come se avessimo già una cura. Invece non è cosi – ci sono tanti problemi legati al fatto che AIDS ormai diventa una malattia cronica, che può essere controllata ma non eradicata. Ci sono anche i problemi legati all'uso delle droghe, che in alcuni paesi come Stati Uniti ma anche Germania, e probabilmente anche Italia sono in aumento nei ultimi 3 anni. Si tratta soprattutto di dipendenza dalla eroina, che non solo prevede l’uso giornaliero delle siringhe (che porterebbe alla trasmissione non controllata), ma spesso viene collegata con l’interruzione della terapia che poi risulta in generazione dei virus mutanti che non rispondono ai farmaci attuali.
    Nei Stati Uniti adesso c’è in corso una iniziativa di definire meglio le coorti dei pazienti (o persone siero positive) che usano i oppiacei. Credo che anche la Germania si muoverà nella direzione simile mentre in Italia non ci sono le iniziative del genere. Ci sono alcuni (pochi) gruppi di ricerca che continuano a lavorare su HIV-1, ma maggior parte di loro hanno dovuto spostare i loro interessi verso i temi che permettevano a trovare almeno qualche finanziamento. Con 2010 e l’ultimo call del Ministero della Salute la ricerca su HIV-1 in Italia si è fermata - questo vorrei vedere cambiato.


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MessaggioInviato: venerdì 1 dicembre 2017, 6:12 
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SANDRO MATTIOLI - la prospettiva di un attivista esperto

    Sandro Mattioli è uno dei fondatori e il presidente di PLUS Onlus, una associazione dedicata prevalentemente all’aiuto alle persone LGBT HIV positive nella gestione degli aspetti sociali dell’infezione da HIV, ma anche molto attiva sul fronte della prevenzione.

    Immagine Sandro, sono appena stati pubblicati dal Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità i dati sulle nuove diagnosi di HIV aggiornati al dicembre 2016 e la situazione non è brillante: vi si parla, infatti, di una leggera flessione, poiché il numero complessivo ammonterebbe a circa 3.500, ma quel numero non tiene conto del cosiddetto “ritardo di notifica”, cioè le diagnosi pervenute al COA dopo il 31 maggio. Questo significa che, probabilmente, nella stima stessa del COA, le nuove diagnosi del 2016 potrebbero attestarsi attorno alla solita soglia di circa 4000. In sostanza, i contagi non diminuiscono. A ciò dobbiamo aggiungere il fatto che, mentre si ha una flessione nell’incidenza delle diagnosi fra tutti i gruppi sociali, fra gli MSM (uomini che fanno sesso con uomini) questo non accade. Oltre ai tradizionali mezzi di prevenzione del safer sex come il condom e alla rapida messa in terapia delle persone diagnosticate, così da abbattere la viremia che le rende infettive (Treatment as Prevention – TasP), esiste uno strumento di prevenzione farmacologica, la PrEP (profilassi pre-esposizione), che molti e ampi studi scientifici e l’uso nella vita reale da parte di decine, se non centinaia, di migliaia di persone hanno dimostrato essere estremamente efficace. Nei Paesi in cui la PrEP è in uso si sta infatti assistendo a un abbattimento delle nuove diagnosi. Com’è la situazione in Italia? Che cosa sta bloccando l’adozione della PrEP anche da noi?

    Su questo tema ho già scritto molto, per cui mi ripeterò, temo. In Italia dobbiamo affrontare numerosi problemi rispetto all'introduzione della PrEP:

      • le posizioni tiepide, quando non contrarie, del cosiddetto movimento LGBT e a partire da chi dovrebbe fungere da guida;
      • le posizioni che oscillano fra il dubbioso e il menefreghista di parte della classe medica;
      • la solita assenza o pochezza della politica che, in Italia, si occupa (e spende) troppo poco di prevenzione (comprensibilmente, per un politico è più fruttuoso spendere soldi qui e ora per i farmaci che hanno un effetto immediato, piuttosto che spendere quattrini per la prevenzione il cui effetto lo godrà il ministro successivo…).

    Perché mai cito i gay o, meglio, i “maschi che fanno sesso con maschi” (MSM): nello stesso bollettino del COA che citi, anche nell'edizione 2016 leggerai che in numeri assoluti la popolazione MSM è quella più colpita. Parliamo di un andamento epidemiologico dal 2010 ad oggi.
    Del resto siamo in linea con i dati dell'Europa occidentale, ma con numerose differenze: le scelte politiche fatte dai vari movimenti LGBT in Europa hanno visto un segno opposto a quello italiano che negli anni 80, in piena crisi Aids, decise di fondare LILA mandando chiaro il messaggio politico che voleva un movimento concentrato sul tema dei diritti e la lotta contro la discriminazione, ma non anche contro HIV.
    Posizione comprensibile allora ma che si è dimostrata molto miope negli anni. Una posizione che ha consentito di lasciare correre libera la discriminazione verso le persone che vivono con HIV, anche interna al movimento. Ancora oggi infatti, le persone omosessuali sieropositive si trovano a vivere da sole il tema HIV, discriminate e isolate come sono dalla stessa comunità che dovrebbe accoglierle. Poi qualcuno si chiede perché abbiamo fondato Plus.
    In Europa, varie ricerche hanno cercato di capire come muoversi rispetto alle popolazioni maggiormente colpite e in merito al perché le campagne centrate sull'uso del condom fallissero in alcuni gruppi sociali.
    In Europa c'è chi investe nella prevenzione, nella ricerca di strumenti aggiuntivi.
    La PrEP in effetti è stata molto studiata sui cosiddetti “maschi che fanno sesso con maschi” (MSM). Non certo per caso: in Europa occidentale sono appunto gli MSM il gruppo statisticamente più colpito dall'attacco del virus, con prevalenze molto al di sopra della percentuale che ECDC indica (>5%) per definire un gruppo sociale come esposto al rischio. I due grandi studi realizzati in Europa (Proud e Ipergay), infatti, sono stati realizzati solo su MSM, con risultati molto interessanti.
    In Italia non abbiamo realizzato studi su PrEP con tenofovir-emtricitabina, non abbiamo neppure ipotizzato studi di follow up, procedure di implementazione o altro (qualcosa sta uscendo forse ora, con forte ritardo). Del resto non facciamo neppure analisi sulle modalità di contagio, così come ancora oggi non facciamo chiarezza sulla prevenzione o su cosa è obiettivamente a rischio di contagio e cosa no, legati come siamo, dopo oltre 30 anni di pandemia, al rischio teorico.
    Quindi semplicemente lasciamo che le persone si contagino. Perfettamente in linea con la cultura cristiana, cultura non fede, della retta via. La retta via è chiaramente indicata, chi non la percorre.. affari suoi. Perché mai la comunità dovrebbe spendere quattrini per chi non percorre la retta via? Dopo tutto non è questo il ragionamento di fondo di tanti illustri esponenti del movimento LGBT? Ragionamento che utilizza gli stessi schemi “logici” di chi discrimina le persone omosessuali, per non parlare delle persone trans.

    Le istituzioni, la politica si interessano pochissimo del tema HIV in Italia. È un atteggiamento che ho notato in moltissime occasioni. Per esempio alla conferenza mondiale Aids di Roma 2011, intervenne Alemanno all'epoca Sindaco di Roma; anche più di recente la conferenza europea Aids di Milano l'unico endorsement istituzionale fu quello del Comune di Milano… nessun presidente di regione, nessun ministro.
    Per fare un parallelo, alla conferenza mondiale Aids di Parigi 2017 intervenne la ministra francese della salute e Act Up Parigi inscenò una protesta pretendendo che fosse il Presidente Emmanuel Macron a presenziare… in Italia ricordo una protesta nel 2011 contro il Presidente del Consiglio Berlusconi che aveva deciso un taglio netto dei contributi al fondo mondiale per la lotta contro Aids, TB e malaria. Protesta voluta con forza dall'allora presidente di LILA Alessandra Cerioli… poi più nulla.

    Quanto ai medici, ovviamente per quello che vale generalizzare, giusto pochi giorni fa durante un confronto a margine della proiezione del film “120 battiti al minuto” a Mantova, la infettivologa della locale clinica, in veste di volontaria di Anlaids, avanzava perplessità sull'efficacia della PrEP, con buona pace degli oltre 40 studi confermativi, della regulatory e della implementazione in decine di Stati, e dalla platea una sua collega mi gridava che ce la siamo andata a cercare, dopo tutto… Pertanto, se andiamo un po' oltre la punta dell'iceberg dei professionisti seri, competenti e illuminati, troviamo uno zoccolo duro di ignoranza grassa (sia scientifica che sociale che umana) anche fra gli specialisti.
    Del resto anche rispetto al tema Tasp, trattamento come prevenzione, spesso assistiamo a situazioni equiparabili quindi nulla di nuovo.

    In altre parole ci troviamo di fronte ad una popolazione che per anni è stata abituata a scansare chi vive con HIV - ancora oggi il termine “untore” imperversa - a parlare di HIV il meno possibile e/o a mettere la testa sotto la sabbia, a ricevere informazioni contraddittorie, per lo più condom centriche ma anche qui non sempre (ricordo il noto discorso di papa Giovanni Paolo II).
    In questo quadro, misto di ignoranza, dabbenaggine e pressapochismo tipici del nostro Paese, arriva qualcuno che dice PrEP e si scatena il delirio dei soliti saputelli di Facebook, dei media – anche della comunità – che evitano di prendere posizioni evidence based, dei vate del movimento che scrivono articoli dove è evidente che si potrebbe vendere ignoranza a peso.

    Ad oggi solo le associazioni di persone sieropositive o le associazioni di lotta contro HIV/Aids (e neppure tutte) si occupano di diffondere l'idea che la prevenzione è una strategia che può essere composta da più fattori (dalla materno-fetale – che vanta la % più alta di efficacia – alla circoncisione maschile, dal condom al femidom – questo sconosciuto – dalla Tasp alla PrEP e così via) e veniamo pure accusati di essere pagati dalla Gilead, di avere un debito di riconoscenza nei confronti delle multinazionali, qualcuno mi ha chiesto addirittura quanto ci guadagno sui sieropositivi!
    Va da sé che degli imbe.cilli me ne frego allegramente, quello che davvero conta è l'obiettivo. Del resto è lo stesso ragionamento che ho sentito fare più volte alla professoressa McCormack – responsabile dello studio Proud – e lei un obiettivo l'ha raggiunto se è vero che in due anni di prevenzione sinergica (condom, Tasp, PrEP), in Inghilterra è stato registrato un calo medio del 18% nel 2015-2016 con una punta nella Londra gay del 29%… il 29% in Italia vorrebbe dire oltre 1.000 diagnosi in meno. Il nostro obiettivo non può che essere questo.


    Immagine Un altro dato estremamente allarmante pubblicato dal COA è quello delle diagnosi tardive, già moltissime negli anni precedenti ed ora addirittura in aumento: nel 2016, quasi il 37% delle persone cui è stata diagnosticata l’infezione avevano una situazione immunitaria che le faceva classificare in AIDS (meno di 200 CD4/mL) e in più della metà delle nuove diagnosi (il 55,6%) la situazione del sistema immunitario era comunque già compromessa (meno di 350 CD4/mL). Questo da un lato comporta una maggior difficoltà nella ripresa immunologica, dall’altro un tempo maggiore durante il quale la persona, ignara di avere l’infezione, la può trasmettere ad altri. Il Piano Nazionale AIDS pubblicato di recente annuncia genericamente degli interventi per ridurre il numero delle nuove infezioni e facilitare l’accesso ai test. Che cosa è necessario fare per far emergere il sommerso? E che cosa pensi verrà fatto?

    Se devo basarmi su quanto fatto fin qui dalle istituzioni pubbliche, dubito che abbiano le capacità di far emergere alcunché.
    Il sommerso comprende situazioni che sfuggono alla conoscenza ministeriale o regionale. Parliamo di chemsex, di sesso nelle sue forme più particolari e così via. Pensa che proprio a motivo di alcuni interventi espliciti di Plus su questi temi, la Regione Emilia Romagna ha deciso di togliere il logo regionale dai nostri siti, adducendo risibili motivi procedurali. Per cui è evidente che se ci saranno, ma dubito, interventi insisteranno inutilmente nelle logiche discutibili fin qui usate (e pure male). Del resto non è nelle corde della pubblica amministrazione affrontare questi temi con linguaggio, immagini, slogan impostati all'efficacia non a timori di “offendere” questa o quella sensibilità politica, religiosa, sociale, ecc.
    In altri Paesi, penso a Gran Bretagna o Francia, si sono realizzati opuscoli improntati alla riduzione del rischio, realizzati da esperti delle associazioni che quotidianamente si occupano di certi temi, sia pur con i loghi delle varie istituzioni pubbliche.
    Il tema delle diagnosi tardive viene solitamente liquidato con frasi fatte quali “siamo nella media europea”. Il non è errato, siamo effettivamente nella media europea con la differenza che in Europa c'è chi interviene. Per esempio sono nati, per lo più grazie all'intervento di associazioni, diverse decine di Checkpoint, ossia centri community based rivolti alle comunità maggiormente colpite, dove si effettuano test rapidi per HIV. Quindi un intervento peer rivolto a tenere il tema HIV il più possibile fuori dagli ospedali e il più possibile vicino alle comunità. Sono interventi sostenuti dall'OMS che, ovviamente, si aggiungono, non si sostituiscono al lavoro delle Aziende sanitarie e ospedaliere. Laddove sono stati implementati, questi interventi hanno ottenuto risultati importanti nella lotta contro le diagnosi tardive visibili anche sul piano epidemiologico come è il caso del Checkpoint di Barcellona, attivo dal 2006.
    In Italia al momento solo a Bologna è attivo, dal 2015, il BLQ Checkpoint pur con una serie di problemi politici, di mancanza di finanziamenti tesi ad un investimento sulla operatività del centro che oggi è ancora ferma a circa il 10% delle sue reali possibilità.
    In generale da più parti si richiamano le associazioni ad un intervento più concreto, cosa sacrosanta, purché a costo zero il ché ovviamente non è possibile.
    Checkpoint sono nati in Grecia, ben due!, a Belgrado quindi non solo nel “ricco” Nord Europa ma anche in Paesi che, per situazioni economiche non hanno le stesse possibilità dell'Italia. Torna nuovamente il tema della volontà politica di abbattere le nuove diagnosi specie se tardive.
    Così come torna il tema culturale di cui sopra. Se da un lato è vero che la condizione di vita delle persone che vivono con HIV è assai migliorata negli ultimi anni, lo stesso non può dirsi della idea discriminatoria persistente in Italia rispetto al tema vivere con HIV. La solitudine, l'isolamento anche interno al gruppo sociale di riferimento, sono temi che contribuiscono fortemente al rimandare i test di controllo. Infatti molti utenti ci chiedono perché mai fare test spesso, se poi, in caso di esito positivo, si ritrovano abbandonati dalla community di riferimento, soli con le chat o i gruppi online (che svolgono un ottimo lavoro, ma è ovvio che la vita è altrove).


    Immagine Da qui al prossimo I dicembre, che cosa vorresti accadesse per le persone che vivono con HIV in Italia? Su quali obiettivi, soprattutto, bisogna concentrare le forze?

    Vorrei tante cose. Vorrei che cessasse la paura e lo stigma visto che oggi, grazie al trattamento efficace, non è possibile il contagio.
    Anche grazie a questo vorrei che noi persone che viviamo con HIV fossimo più presenti nella lotta, con i nostri corpi, le nostre facce. Non è vero che lo stato sierologico è cosa privata e riservata, non è vero dal momento che proprio in quel concetto di nascondimento si celano stigma e discriminazione. Il percorso non è poi tanto diverso da quello portato avanti dalla comunità LGBT. Per noi le cose sono migliorate, penso agli anni 80/90, quando le persone LGBT hanno incominciato ad essere visibili, quando gli amici, i parenti, le mamme e i papà hanno visto il coming out dei propri figli, parenti, amici. Hanno potuto costatare che sono sempre loro, non qualcosa di strano. Noi abbiamo un'infezione, niente di cui vergognarsi. Se non siamo noi per primi a tutelare il nostro diritto a vivere una vita piena, non cambierà mai nulla in questo Paese delle banane.
    Se questo passaggio non avviene, diventa davvero difficile tutelare le persone che vivono con HIV nel loro diritto ad un trattamento efficace, a non essere trattati come pedine di un gioco più grande di loro che si chiama politica sanitaria (e relativi tagli).


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GUIDO POLI - una visione della cura di HIV alternativa allo "shock and kill"

Guido Poli, immunologo e ordinario di Patologia Generale all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, è a capo dell’Unità di Immunopatogenesi dell’AIDS dell’Istituto Scientifico San Raffaele, dove, con il suo gruppo di ricerca, studia l’interazione fra HIV e le sue cellule bersaglio. Abbiamo seguito qualcuna delle sue ricerche nel thread G.Poli_deprivazione proteica + inibizione HDAC4 contro latenza e le sue molte iniziative per ricordare alle istituzioni che la ricerca senza finanziamenti muore nel thread G.Poli e i ricercatori italiani: SALVATE LA RICERCA SULL'HIV.


    Immagine Guido, abbiamo seguito in questi anni diverse sperimentazioni cliniche che avevano l’obiettivo di testare una strategia di cura dell’infezione da HIV chiamata “shock and kill”. L’idea di fondo è che sia necessario risvegliare l’HIV latente archiviato nei linfociti T CD4 quiescenti, che costituiscono il principale reservoir di HIV, mediante la somministrazione di sostanze che obblighino il virus a riattivarsi e a trascriversi, così che produca delle proteine che lo rendano visibile e attaccabile da parte del sistema immunitario. Parallelamente, il sistema immunitario deve essere riaddestrato, in modo da rendere i linfociti T CD8 meglio capaci di riconoscere e distruggere le cellule in cui il virus si riattiva. Le sperimentazioni fatte finora, però, non hanno avuto risultati proprio esaltanti: in quelle andate meglio, si è vista una certa riattivazione della trascrizione del virus, ma di fatto nessuna riduzione del reservoir latente. Tu stai seguendo una strada diversa e stai studiando prevalentemente il reservoir nei macrofagi – che non è solo latente, ma in cui il virus può replicarsi attivamente. Puoi spiegarci in che cosa consiste la tua idea di cura alternativa allo “shock and kill”?

    Non vi sono dubbi che l’infezione dei linfociti T CD4, sia attiva e “citopatica” (ovvero causa della loro eliminazione) che latente, sia la caratteristica più distintiva di HIV rispetto ad altri virus che attaccano l’uomo e che ciò spieghi in buona parte lo stato d’immunodeficienza tipico di chi non è trattato con terapia antiretrovirale di combinazione (cART). Tuttavia non va dimenticato che HIV è un retrovirus della famiglia dei “Lentivirus” che tipicamente infettano cellule diverse dai linfociti dette “cellule mieloidi” tra cui spiccano soprattutto i macrofagi dei tessuti. Queste sono cellule difficili da studiare in quanto residenti nei tessuti che abitano fino dalla vita fetale; i macrofagi infatti non circolano nel sangue come i linfociti, per cui gli studi che li hanno considerati un potenziale serbatoio di virus sono pochi e meno conclusivi rispetto a quelli dedicati ai linfociti. Inoltre i macrofagi non muoiono in seguito all’infezione da HIV e infatti non sono quasi mai eliminati nelle persone infettate e questa caratteristica è riproducibile anche in modelli surrogati d’infezione in vitro. Infine i macrofagi hanno un’ulteriore caratteristica distintiva rispetto ai linfociti relativamente all’infezione da HIV: essi mostrano la tendenza ad accumulare il virus in compartimenti cellulari interni, delle specie di “bolle” costituite dalla membrana cellulare che si ripiega all’interno e nasconde così i virus nascenti al riconoscimento del sistema immunitario. Questo aspetto unico dell’infezione dei macrofagi è noto da molti anni ed ha suggerito la metafora per cui i macrofagi rappresentino dei veri “cavalli di Tro ia” dell’infezione. Il mio sforzo di questi ultimi anni, con i pochi fondi residui, si è concentrato nel mettere a punto un modello in vitro che consenta di studiare a fondo l’infezione latente dei macrofagi e quindi di carpirne i segreti “molecolari” per testare farmaci in grado di risvegliare la replicazione virale nell’ottica “shock and kill” o di addormentarla definitivamente. Personalmente, ma sono in buona compagnia a cominciare da Robert Gallo che ha scritto un eccellente editoriale sulla prestigiosa rivista “Science” sul tema, credo più nella seconda ipotesi sia per i risultati deludenti ottenuti con alcuni farmaci “risveglianti” il virus addormentato sia perché si tratterebbe di rinforzare farmacologicamente una “scelta” naturale per il virus, ovvero quella di rimanere silente una volta integrato nel nostro genoma. Non a caso il nostro genoma è abbondantemente abitato da lontani parenti di HIV, ovvero dai cosiddetti “retrovirus endogeni” considerati fino a qualche anno fa “DNA spazzatura”, ma adesso molto rivalutati sia per il loro ruolo potenziale in alcune malattie autoimmuni, ma anche in fisiologia, ad esempio nella formazione della placenta.


    Immagine Da quali ricerche, nel campo della ricerca di una cura di HIV, pensi che possiamo aspettarci nei prossimi tempi i risultati più interessanti?

    Questo è difficile da prevedere; la storia della scienza ci ha mostrato ripetutamente che le scoperte che hanno permesso di fare veri salti di qualità sono scaturite più da osservazioni casuali, “curiosity-driven”, cioè fatte per un interesse specifico del ricercatore che non perseguendo obiettivi razionali e ben definiti. È per questo motivo che la ricerca di base non dovrebbe mai essere abbandonata o messa in secondo piano rispetto a quella più applicativa che oggi viene spesso definita, con brutto termine, “traslazionale”. Visto il mio interesse specifico sull’infezione dei macrofagi penso che potremmo imparare molto dallo studio dell’infezione nel sistema nervoso centrale, che è ancora clinicamente rilevante in una minoranza significativa (10-15%) di persone trattate con cART efficace nel sopprimere la replicazione virale a livello di carica di HIV nel sangue circolante. A livello più generale c’è un ottimismo non scontato per l’impatto che la cART sta avendo in Africa in cui si osserva non solo un aumento importante del numero di persone infettate in terapia, ma anche l’inizio della riduzione della trasmissione virale. Molti esperti, e cito ancora Bob Gallo, ritengono che grazie ai farmaci l’infezione in Africa sarà ridotta progressivamente a dimensioni molto inferiori rispetto all’attuale e diverrà quindi una malattia controllabile e prevenibile, sempre grazie ai farmaci, a livello sociale sostituendo in questo il vaccino che ancora non c’è e forse non ci sarà mai. Ovviamente, nelle decadi a venire.


    Immagine Nel corso di questi ultimi anni, tu hai più volte lanciato appelli al governo perché salvi la ricerca pubblica sull’HIV/AIDS e ricominci a dare finanziamenti. Chi ha steso il Piano Nazionale AIDS reso pubblico lo scorso ottobre non sembra averti dato ascolto: si parla di intervenire per ridurre il numero delle nuove infezioni, facilitare l’accesso ai test, garantire a tutti l’accesso alle cure e il mantenimento in cura, migliorare lo stato di salute e la qualità della vita delle persone con HIV, tutelarne i diritti e combattere lo stigma. Questi sono, naturalmente, tutti obiettivi condivisibili e importanti. Ma alla ricerca non si fa cenno. Com’è la situazione della ricerca su HIV oggi in Italia? Che prospettive ci sono?

    Qui tocchiamo un tasto dolente, anzi oramai indolente perché defunto. Si è “ucciso” il Programma Nazionale di Ricerca su HIV/AIDS senza nemmeno avere il coraggio di dirlo e di fornire una spiegazione. Gli ultimi spiccioli sono finiti nel giugno del 2013 e nessun Governo di alcun colore politico ha mai sentito quantomeno l’obbligo morale di prendere una posizione. L’ultimo appello è stato lanciato quest’estate con una lettera al Governo dagli organizzatori di ICAR a Siena con lo stesso esito: nessuna risposta. In altre parole, l’Italia ha rinunciato a priori a partecipare a quel “rush finale” per cui si era conquistata un posto di tutto rilievo nello scenario internazionale per qualità e quantità di pubblicazioni scientifiche con budget assolutamente sostenibili (ca. 10 milioni di € spalmati su 3 anni). Oggi rimane solo il paravento della Ricerca Finalizzata, peraltro ristretta agli IRCCS, ISS e Istituti Zooprofilattici, che mediamente premia una decina di progetti dedicati ad HIV/AIDS a livello nazionale, prevalentemente di natura clinica (spesso già sostenuti o co-finanziati dall’industria farmaceutica), mentre i finanziamenti alla ricerca di base sono paragonabili ad una lotteria: 3-4 progetti su scala nazionale. Relativamente al rinato “Piano Nazionale AIDS”, che va salutato ovviamente come un fatto positivo quantomeno per riaccendere qualche riflettore su un’infezione che non ha mai smesso di esistere e di propagarsi in Italia, è specificato che non deve costituire una spesa aggiuntiva per le casse dello stato, quindi per definizione non può includere attività di ricerca. È quello che gli Americani definirebbero “wishful thinking”, ovvero buone intenzioni con poca probabilità d’incidere significativamente. Parafrasando un famoso film dei fratelli Cohen, viene da pensare che la bellissima Italia “non sia un paese per ricercatori”, almeno per chi vuole investire le proprie energie e i propri talenti nella ricerca su HIV/AIDS.


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ANDREA SAVARINO - vaccini preventivi e terapeutici contro l'infezione da HIV

Andrea Savarino, virologo e immunologo presso l’Istituto Superiore di Sanità, si occupa di studiare nuove strategie antivirali. Seguiamo da sempre il suo lavoro, particolarmente nel thread A. SAVARINO: dai macachi ai trial clinici sugli uomini.

    Immagine Andrea, abbiamo avuto occasione di parlare della sperimentazione clinica su auranofin che si sta svolgendo in Brasile solo un mese fa e ne parleremo senz’altro di nuovo quando porterete ulteriori risultati all’8th HIV Persistence di Miami fra meno di due settimane. Poiché state anche brevettando un vaccino terapeutico, direi di allargare il discorso: qual è la situazione della ricerca sui vaccini, sia preventivi, sia terapeutici, contro HIV?

    Una visione largamente condivisa dalla comunità scientifica è che 1) un vaccino terapeutico dovrebbe evocare un’immunità in grado di uccidere le cellule che già albergano il virus, eliminando così i “serbatoi” virali, mentre 2) un vaccino preventivo dovrebbe evocare un’immunità in grado di neutralizzare il virus, impedendogli di entrare nelle cellule e di stabilire l’infezione. Nel primo caso si chiama immunità cellulo-mediata, in quanto è a carico di alcuni globuli bianchi (linfociti CD8+, cellule “natural killer” etc.) professionalmente deputati al riconoscimento ed uccisione delle cellule infettate. Nel secondo caso si chiama immunità umorale, perché basata su molecole presenti nel sangue, che si chiamano anticorpi e che legano porzioni dei virus neutralizzandoli.

    Veniamo ora a chiarire quali siano i limiti dei due approcci vaccinali partendo da quello terapeutico. Un limite di molti approcci saggiati in trial clinici nel corso degli ultimi decenni è stato il semplice tentare di immunizzare con proteine virali o porzioni di esse (antigeni) persone con HIV/AIDS che avevano comunque di per sé un’esposizione a questi antigeni virali ogni volta che il virus periodicamente si riattivava nel loro organismo. Oltre tutto non si era compreso perché, con tutta questa esposizione pregressa ad antigeni virali, queste persone non avessero già sviluppato un’immunità contro il virus prima di ricevere il vaccino. Si è tentato di ovviare a questo limite nel corso degli anni utilizzando come vettori degli antigeni di HIV nell’organismo altri virus che fossero in grado di entrare più efficientemente nelle cosiddette “cellule presentanti l’antigene”. Queste sono cellule che, una volta infettate da un agente patogeno, sono in grado di richiamare gli appositi globuli bianchi e di “educarli” a riconoscere le cellule infettate e ad ucciderle. In questo modo tuttavia si è ottenuto molto poco, e molti di questi approcci si sono nel corso degli anni rivelati inefficaci.

    Perché dunque non si riescono ad immunizzare i pazienti con HIV? Una serie di risposte a questa domanda ci derivano dal grande impulso dato negli ultimi anni da ricerche sulla cura di HIV, molte di queste basate su approcci farmacologici, anziché vaccinali. Una prima informazione ci è pervenuta dai cosiddetti “post-therapy controller”, ovvero alcuni (rari) individui con HIV, o primati non umani infettati con un virus omologo (SIV), che si sono dimostrati capaci di mantenere la replicazione virale a livelli molto bassi, od irrilevabili ai test clinici, a seguito di sospensione delle terapie antiretrovirali. Da questi casi aneddotici è innanzi tutto arrivata la conferma che la sovra menzionata immunità cellulo-mediata sia legata al controllo dell’infezione. Ma non solo. Questi casi, insieme agli “élite controller” (ovvero quei rari individui che pur avendo contratto il virus non sviluppano la malattia perché mantengono una carica virale molto bassa in assenza di terapie antiretrovirali), ci insegnano che l’immunità cellulo-mediata non debba essere diretta verso qualsivoglia antigene, ma solo verso taluni di essi, perché risposte immunitarie verso antigeni sbagliati possono essere anche francamente controproducenti. Per spiegare meglio ricorro ad una similitudine con un esercito impegnato su più fronti, che rischia di logorarsi e perdere il suo potenziale bellico.

    Come si può fare dunque per indurre l’immunità giusta? Innanzi tutto immunizzando solo con gli antigeni giusti, ovvero quelli in grado di mutare poco (e quindi poco abili a sfuggire il sistema immunitario) perché fondamentali per la replicazione del virus (Figura 1). Infine, una serie di idee ci sono venute a partire da approcci farmacologici sperimentali nel campo dei tumori. Una sovrastimolazione del sistema immunitario può portare al suo esaurimento anche in pazienti oncologici, non solo in persone con HIV/AIDS. Alcuni farmaci al momento promettenti nel settore oncologico sono al momento saggiati su persone con HIV perché potrebbero risvegliarne le difese immunitarie. I meccanismi alla base dell’azione dei farmaci al momento considerati sono differenti, ma l’obiettivo è lo stesso: combinati con il vaccino terapeutico giusto, potrebbero aumentarne l’efficacia.
    Per quanto riguarda i vaccini preventivi, è opinione comune che questi debbano indurre anticorpi in grado di colpire una delle strutture (glicoproteine) sulla superficie del virus che permettono allo stesso di agganciarsi alla cellula-bersaglio (principalmente il linfocita CD4+) e di entrarvi. A tale proposito, la scorsa decade si tenne in Tailandia una grande sperimentazione clinica, in cui si saggiò un vaccino basato su vari antigeni, compresa la glicoproteina di superficie virale gp160, ed il 30% dei pazienti risultò essere protetto. Un’efficienza del 30% era ovviamente troppo bassa per far proseguire il cammino verso la commercializzazione di un vaccino, ed altre formulazioni devono essere esplorate. Un grande limite all’approccio basato sulle glicoproteine di superficie è che queste, a differenza di quelle proteine presenti all’interno del virus di cui ho trattato sopra, sono libere di fluttuare sulla superficie virale (vedi figura) e pertanto possono mutare in differenti porzioni senza conseguenze per la struttura del virus, ma permettendogli così di sfuggire agli anticorpi.

      Immagine

    Per sviluppare un vaccino preventivo si stanno pertanto studiando i cosiddetti broadly neutralizing antibody, ovvero anticorpi trovati nel siero di alcuni individui che sono in grado di neutralizzare una grande varietà di sottotipi del virus HIV. Il meccanismo alla base dell’azione di questi anticorpi è che questi si legano a porzioni delle glicoproteine di superficie relativamente poco mutevoli. Non si è ancora capito bene come indurne la formazione nell’organismo, ma si stanno facendo passi avanti.
    Concludo dicendo che queste idee di cui vi ho parlato, pur largamente condivise all’interno della comunità scientifica, sono ancora a livello teorico, ed al momento non esiste nessuna evidenza schiacciante in grado di impedire di pensare che un futuro vaccino preventivo possa anche essere efficace come vaccino terapeutico.


    Immagine Escludendo il tuo approccio alla ricerca di una cura, secondo te, quali sono le ricerche più interessanti in questo momento? Vedi qualcosa di particolarmente promettente?

    In questi anni c’è stato un fiorire di ricerche in provetta e su modelli animali, alcune delle quali si stanno rivelando molto promettenti; spero che queste facciano parlare di sé nei prossimi anni. Qui preferirei focalizzare l’attenzione su quelle ricerche nell’uomo in cui vi è stato un contenimento della carica virale od una dilazione del ritorno della stessa a seguito di sospensione delle terapie antiretrovirali, poiché ritengo che questo sia l’unico parametro veramente indicativo di efficacia di un vaccino terapeutico o di una strategia atta ad eliminare i serbatoi virali.

    In primo luogo, ritengo che un approccio molto mirato e molto promettente sia il vaccino messo a punto da Yves Lévy e basato su antigeni di HIV altamente conservati e coniugati ad un lipopeptide per facilitarne l’incorporazione in cellule dendritiche, che appartengono alla famiglia di quelle “cellule presentanti l’antigene” che ho introdotto nella mia risposta alla domanda precedente. In una sperimentazione clinica pubblicata nel 2014 [Lévy et al. Eur J Immunol 2014], si ottenne un abbassamento della carica virale a seguito della sospensione di terapia in un sottogruppo di pazienti che avevano ricevuto questo vaccino. L’abbassamento registrato fu di circa un ordine di magnitudine, ovvero la carica virale risultò essere circa un decimo rispetto ai valori che questi pazienti avevano presentato prima dell’inizio della terapia antiretrovirale. Purtroppo, ho visto che è avvenuta una nuova sperimentazione clinica con risultati poco entusiasmanti di questo vaccino (che, secondo me, aveva centrato il bersaglio proprio perché basato solo su un numero limitato di antigeni altamente conservati delle proteine virali “Gag” e “Pol”) in combinazione con un vaccino basato invece su antigeni virali multipli [Rev, Nef, Tat, and Gag (p17/p24) e porzioni di Pol and Env], dopo che quest’ultimo ebbe dato risultati inconsistenti in una sperimentazione clinica del 2010. Come ho menzionato precedentemente, stimolare il sistema immunitario con troppi antigeni potrebbe essere son solo non vantaggioso ma addirittura controproducente.

    Un secondo vaccino terapeutico che secondo me merita di essere menzionato è HIVAX, una sperimentazione clinica del quale è stata pubblicata lo scorso anno dal gruppo di Margaret Fischl di Miami [Tung et al., Vaccine 2016]. Questo vaccino è basato su un virus HIV privato di parte del suo materiale genetico, e per questo in grado di avere un solo ciclo replicativo una volta entrato nell’organismo. Quindi questo virus è in grado sì di stimolare il sistema immunitario, ma, nel contempo, è incapace di provocare danni negli individui trattati. Questo vaccino ha causato un contenimento, in alcuni casi davvero notevole, della carica virale (Figura 2).

      Immagine

    È possibile che in questo caso un ruolo sia stato giocato dai tagli di materiale genetico cui il virus era stato sottoposto. È interessante notare che al virus introdotto nei pazienti era stata rimossa una grossa porzione del gene env, che codifica le glicoproteine di superficie assai mutevoli e sfuggenti di cui ho trattato nel paragrafo sui vaccini preventivi. In questo modo, non essendo l’organismo impegnato sul fronte “Env”, che oltre tutto inganna facilmente il sistema immunitario, questi pazienti hanno sviluppato risposte immunitarie verso antigeni altamente conservati come la proteina p24/Gag (Figura 1). E questa potrebbe essere la causa del controllo efficace dell’infezione verificatosi in questo caso a seguito di sospensione delle terapie antiretrovirali. Invece, l'immunità contro le glicoproteine “Env” parrebbe, secondo alcuni studi autorevoli, addirittura avvantaggiare il virus quando i pazienti sono già infettati.

    Infine, ho trovato molto promettente una ricerca di tipo diverso, ovvero quella sull’acido micofenolico, un agente linfoproliferativo che causò un ritardo anche se molto moderato nel ritorno della carica virale in una sperimentazione clinica. Un recente articolo pubblicato su Scientific Reports ha usato questi dati in una simulazione al computer che supporta la teoria che agenti antiproliferativi potrebbero portare all’estinzione dei serbatoi virali nell’organismo. Ma di questo ho visto che hai già trattato, per altro magistralmente, su HIVforum. Aggiungo solo che sarebbe interessante studiare la combinazione di questo approccio con un vaccino terapeutico.


    Immagine In passato, il I dicembre è stato sovente un’occasione per ascoltare proclami su mirabolanti successi di ricerche che poi, di fatto, si sono bloccate. Anche di recente è uscito uno studio australiano in cui si mostra come le aspettative irrealistiche sulla cura generate dagli articoli della stampa generalista abbiano effetti negativi sulle persone con HIV che potrebbero essere disponibili a partecipare a sperimentazioni cliniche sulla cura. Puoi spiegarci quali effetti hanno sia sui malati, sia sull’opinione pubblica, le amplificazioni fatte dai media sulla ricerca, che sia quella sui vaccini o sulla cura dell’infezione?

    Sinceramente non trovo nulla di male nel fatto che si comunichino notizie come “Identificata proteina che potrebbe portare alla cura dell’AIDS”, quando si tratta di studi in provetta o su modello animale, specie quando i risultati sono particolarmente spettacolari. Basta specificare che si tratta di una ricerca e non di un prodotto per l’uso immediato e che in questi casi ci vogliono molti anni prima di avere eventuali conferme sull’uomo. Queste notizie stimolano la competitività tra ricercatori, fanno capire all’opinione pubblica le potenziali ricadute della ricerca scientifica sulla società ed infondono ottimismo nelle persone con HIV/AIDS, trasmettendo il messaggio che c’è qualcuno che si sta impegnando per il loro bene. Daria Hazuda (vice presidente della casa farmaceutica Merck) dice che alla fine si opererà una sorta di “selezione naturale”, eliminando quelle ricerche che non avranno dato ulteriori frutti e selezionando i migliori figli di quegli studi che si saranno rivelati riproducibili.

    Questo positivismo è tuttavia minato dal fatto che una parte dei ricercatori abusa dei mezzi di comunicazione quando poi le ricerche si trasferiscono sul piano clinico, penalizzando così studi nascenti ed attraendo indebitamente finanziamenti ed investimenti su farmaci o vaccini che hanno mostrato risultati assai poco promettenti. In molti casi sono stati fatti annunci di “cura” o di “vaccino” basati solo su risultati a dir poco marginali, come fantomatiche “riduzioni del DNA virale” o risposte immunitarie irrilevanti, che nulla hanno a che vedere con i parametri notoriamente associati al controllo spontaneo dell’infezione (vedasi la risposta alla domanda n.2). Sperimentazioni cliniche degli stessi “farmaci curativi” o “vaccini” si sono spesso reiterate per anni ed anni senza alcun risultato degno di nota.
    Queste notizie possono diventare francamente nocive per lo stato psicologico delle persone con HIV/AIDS. Tra le moltissime persone che mi hanno contattato in questi anni ho notato che vi era molto sconforto dovuto al totale disaccoppiamento tra l’ottimismo mostrato da questi annuncetti e l’assenza di un prodotto da questi derivato, di cui essi potessero avvalersi, per lo meno per migliorare anche solo un po' la loro condizione. Peggio che mai è poi quando vengono addirittura fornite date (ogni volta disattese) in cui il prodotto dovrebbe esser reso disponibile.


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MessaggioInviato: venerdì 1 dicembre 2017, 6:15 
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GUIDO SILVESTRI - studi sui modelli animali per arrivare a una cura dell'infezione da HIV

Guido Silvestri, immunologo, professore presso la Divisione di Malattie Infettive della Emory University School of Medicine e capo della Divisione di Microbiologia e Immunologia dello Yerkes National Primate Research Center, studia la patogenesi e la prevenzione dell’AIDS prevalentemente nel modello di infezione da SIV e SHIV in primati non umani. Qualcuna delle sue molteplici ricerche è seguita nel thread GUIDO SILVESTRI: patogenesi e molte altre cose.

    Immagine Guido, nel tuo laboratorio di ricerche se ne fanno così tante e diverse che è difficile scegliere. Su che cosa hai lavorato di recente che possa avere delle ricadute positive nel campo della ricerca di una cura dell’infezione da HIV?

    Gli studi a mio avviso più promettenti che stiamo facendo e che hanno un impatto abbastanza "vicino" in termini di HIV sono quelli in cui macachi rhesus infettati con SIV (il cugino di HIV che infetta le scimmie) e poi trattati con terapia antiretrovirale ricevono interventi immunologici tesi a ridurre il reservoir persistente di cellule infettate in modo latente. Ne stiamo facendo molti, testando concetti come l'interleukina-21 (vedi Micci et al. J Clin Invest 2015), la deplezione dei linfociti CD8 (vedi Cartwright et al., Immunity 2016), l'interleukina-15, l'immuno-modulatore FTY720, gli inibitori della beta-catenina, inibitori della interleukina-10, e vari altri. Siamo anche molto ottimisti per studi che ci aiutano a meglio definire quali sono i subsets delle cellule CD4+ che mantengono la persistenza (vedi McGary et al., Immunity 2017).


    Immagine Fra tutte le ricerche in corso per arrivare a una cura, quali sono, secondo te, quelle più promettenti?

    Beh, io qui probabilmente ho un bias, ma dico che gli studi pre-clinici sui macachi infettati con SIV sono assolutamente fondamentali. Data la straordinaria somiglianza di questo modello con la infezione da HIV nell'uomo, è molto, ma molto probabile che un approccio terapeutico che riuscirà a "curare" questi animali dalla loro infezione curerà anche le persone infette con HIV. Credo anche che sia estremamente importante continuare a studiare quali sono i meccanismi molecolari, sia immunologici che virologici, che stanno alla base dello stabilirsi e poi mantenersi del fenomeno dei reservoir latenti in pazienti trattati con terapia antiretrovirale. Poi sarà cruciale estrarre il maggior numero di dati ed informazioni possibile dai trials clinici fatti in persone infettate con HIV e trattate con ART. È una dura battaglia, ma ce la faremo.


    Immagine Benché anche in passato tu abbia lavorato per contrastare i negazionisti dell’HIV/AIDS (e un esempio a noi molto vicino è la tua adesione alla lettera di protesta che mandammo insieme nel 2015 all’editore Frontiers per aver pubblicato un orrendo articolo negazionista, che contribuì a far mettere l’editore nella lista degli editori predoni di Jeffrey Beall), da quest’anno il tuo impegno contro le pseudoscienze si è intensificato: prima il tentativo di riportare il Movimento 5 Stelle su posizioni favorevoli alle vaccinazioni; poi l’apertura di una fortunata pagina Facebook in cui, insieme al Prof Andrea Cossarizza, fate opera di debunking delle molte stupidaggini della propaganda antivaccinista, dell’omeopatia e in genere delle pseudoscienze, che fino a poco più di un anno fa avevano quasi campo libero nei social. Pareva che, con il dissolversi del movimento negazionista dell’HIV/AIDS nel mondo occidentale, dei negazionisti fosse possibile dimenticarsi. Ma non è così: a conferma dell’ipotesi del crank magnetism, che predice la disponibilità di una persona che ha dato credito a una teoria complottistica o pseudoscientifica a dar credito anche ad altre, molti di quei personaggi si sono riciclati come propagandisti del movimento anti-vaxx. Che cosa si può fare per combattere questo fenomeno?

    Io partirei dalla distinzione tra chi è in buona fede, che va informato, aiutato, convinto etc., ed i delinquenti in malafede che continuano a propagare idee di morte (e che a mio avviso andrebbero messi in condizione di non nuocere). In questo senso sono sbalordito dal fatto che il leader dei negazionisti italiani dell'AIDS vada in giro per l'Italia a parlare di vaccini invitato dai gruppi no-vaxx (o come si deve dire, vax scettici?). Purtroppo l'Italia si sta rivelando un terreno fertile per la pseudoscienza, in parte per complessi motivi di tipo storico e culturale che hanno indebolita la fiducia tra cittadini ed istituzioni, ed in parte perché c'è chi confonde il diritto di parola ed opinione con il diritto di spargere idee di morte.


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MessaggioInviato: venerdì 1 dicembre 2017, 6:16 
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UFFA - la prospettiva di una comunità online

Uffa dal 2010 è amministratore di HIVforum.info, di cui ha accompagnato la trasformazione da sito dedicato unicamente al sostegno delle persone con HIV a sito in cui si tenta di fare informazione sugli aspetti sia sociali, sia scientifici, dell’infezione e della sua prevenzione.

    Immagine Uffa, l’HIVforum offre una prospettiva privilegiata per osservare la popolazione di persone con HIV, perché permette loro di esprimersi in totale sicurezza. Chi sono le persone che si rivolgono al forum in questi anni e quali sono i problemi di gestione dell’infezione che evidenziano, sia a livello clinico, sia nella loro vita personale e sociale?

    È vero, i forum, con quella loro caratteristica della partecipazione attraverso nickname, che li rende molto più sicuri per la privacy rispetto ai social network, permettono una partecipazione più libera, così la composizione dei nostri iscritti riflette la composizione reale della nostra patologia, che è altamente “democratica”.
    Innanzitutto al forum accede un gran numero di non sieropositivi, persone che ritengono, sistematicamente a torto, di essere state contagiate, di essere “spacciate”, che per loro “la vita è finita”, che il loro test negativo non è affidabile e altre fesserie: sono lo specchio di una società ignorante sull’efficacia dei trattamenti per l’HIV, sul fatto che già dopo tre settimane da un evento a rischio un test combinato è in grado di rilevare un eventuale contagio e, quel che è peggio dopo trent’anni e passa di storia, sulle basi fondamentali della trasmissione del virus HIV; questi sono gli utenti più faticosi perché spesso al limite della paranoia, per loro abbiamo dovuto creare una sezione apposta del forum dove gli iscritti più preparati e pazienti cercano di prendersene cura.

    L’infezione da HIV è oramai a trasmissione quasi esclusivamente sessuale e il nostro forum mostra la realtà, con alcuni iscritti contagiati in un’epoca lontana attraverso le droghe iniettive, e i restanti che hanno incontrato il virus nella loro vita sessuale. La nostra è una comunità di adulti, molti dei quali giovani, alcuni giovanissimi, poco più che adolescenti, e oramai con un consistente numero di quaranta-cinquantenni, con una storia medica lunga, lunghissima nel caso di chi s’è contagiato negli anni ottanta-novanta e ora vive la mezza età in compagnia del virus e delle comuni malattie che si affacciano con gli anni.
    C’è una curiosità: oggi i contagi si dividono equamente tra popolazione omosessuale ed eterosessuale, eppure accade molto meno di frequente che si iscrivano persone di questo gruppo, come se, anche “dopo” ci fosse un tentativo di allontanare, di distinguersi… a mia conoscenza non ci sono realtà “specializzate” e ovviamente non ci sono diversi percorsi clinici: probabilmente, la comunità gay è più abituata ad affrontare questa realtà e forse ha pure più bisogno di confrontarsi.

    Si tratta di una patologia paradossale rispetto alla paura e allo stigma che la circondano ancora oggi, perché la gestione clinica è oramai consolidata e non problematica, fatti salvi gli sfortunati casi di resistenze del virus ai farmaci, che purtroppo ci sono e sono la principale ragione del bisogno di nuovi farmaci.
    Nella pratica però i problemi ci sono: i centri di infettivologia patiscono i problemi di tutta la sanità nazionale naturalmente, e proprio come per il resto della sanità, non c’è uno standard di qualità e alcune zone sono meno “fortunate” di altre. Ci sono anche problemi che possono sembrare da poco ma non lo sono: se devi tornare a ritirare le tue medicine almeno ogni due mesi devi chiedere almeno sei permessi l’anno, ma in alcune realtà succede di peggio e in molti centri ancora oggi si arriva alla fine dell’anno con le scorte al lumicino, e magari si può ritirare la terapia di un mese soltanto, senza contare esami, vaccinazioni e ogni altra cosa; se la struttura che ti segue è organizzata male e gli appuntamenti sono sistematicamente in ritardo, un lavoratore brucia ore e ore di lavoro, che non sempre sono retribuite, e che possono addirittura essere un problema sul posto di lavoro. Insomma: spesso l’organizzazione sanitaria, come per altre malattie, aggiunge problemi e costi personali alla gestione della malattia.
    C’è stata poi, fino a non molto tempo fa, una generale lentezza dei medici italiani rispetto all’evoluzione internazionale: siamo sempre arrivati “in ritardo” sulle linee guida per la messa in trattamento, un ritardo che ha comportato negli anni trattamenti meno efficaci e probabilmente pure più infezioni evitabili, ma la verità è che la “pigrizia” dei medici forse è dovuta anche all’assenza di stimoli dalla comunità dell’HIV.
    Poi c’è la vita di ogni giorno, e dichiararsi sieropositivi, anche in famiglia, è ancora una sfida, e quasi tutti tengono questa cosa per sé. Più di tutto pesa ancora la sicurezza che sarai giudicato per la tua malattia, che potresti correre dei rischi sul posto di lavoro e cose del genere: una delle domande più frequenti sul forum è quella di chi deve prendere l’aereo con i colleghi, e teme i controlli di sicurezza, dopo tutti questi anni sembra quasi non essere cambiato nulla.


    Immagine Nel corso di quest’anno abbiamo assistito al sempre maggiore successo di Undetectable = Untransmittable, Irrilevabile = Intrasmissibile, un’iniziativa di Prevention Access Campaign. Che cos’è e perché è così importante?

    È, credo, il più importante passo in avanti dal punto di vista della qualità della vita dai tempi dell’invenzione della terapia antiretrovirale di combinazione, i cocktail di farmaci che tutti quanti prendiamo.
    Dopo vent’anni in cui le terapie di combinazione hanno dimostrato la loro efficacia nel bloccare la replicazione del virus, tre importanti studi che cumulano decine di migliaia di anni/paziente hanno dimostrato una cosa: che dopo sei mesi in cui il virus non è più rilevabile (meno di duecento copie del virus per millilitro di sangue) una persona con HIV non può più trasmettere l’infezione. Migliaia e migliaia di rapporti sessuali in coppie discordanti (cioè con un partner sieropositivo e uno no) hanno mostrato che non ci sono contagi: è un risultato importantissimo. Va detto che questo risultato non si può ancora estendere all’allattamento al seno dei neonati da parte delle madri sieropositive, e ancora oggi, i bambini delle madri sieropositive in trattamento possono evitare il contagio ma è assolutamente sconsigliato l’allattamento.

    L’importanza di questo dato va molto oltre il dato clinico: cancella la paura. In tutta onestà, ogni sieropositivo ha provato almeno una volta la paura di poter contagiare il prossimo, magari la persona amata, anche solo per un incidente come la rottura d’un profilattico. Sapere che “irrilevabile è uguale a intrasmissibile” è un grande sollievo per tutti.

    Poi c’è un aspetto sociale importantissimo: nel mondo le persone con HIV sono spesso criminalizzate, messe all’indice; questi studi dicono che l’HIV è una malattia come tante altre, non trasmissibile quando la persona è in terapia efficace, questi studi ci danno la possibilità di immaginare un domani senza la paura di essere isolati socialmente, o addirittura perseguitati o incarcerati come in tanti Paesi anche dell’Occidente. Quando gli amici di Prevention Access Campaign hanno iniziato la campagna #uequalsu, in italiano #iugualei, noi di HIVforum abbiamo aderito per primi con entusiasmo, proprio perché vedevamo questa prospettiva: la liberazione dell’HIV dalla paura. In poco più di un anno, questa campagna si è affermata ed è stata riconosciuta persino dai Centers for Disease Control statunitensi, e questo è molto importante per iniziare una battaglia che sarà difficile non solo contro lo stigma ma contro l’uso dell’HIV come strumento di criminalizzazione.


    Immagine Che senso ha o dovrebbe avere il Primo Dicembre?

    Questa è la domanda più difficile. In Italia di solito è l’occasione per qualche breve campagna pubblicitaria fatta con i rimasugli degli spazi gratuiti delle concessionarie di pubblicità e per il rito sempre più stanco della pubblicazione di dati sulla cui attendibilità in passato sono pure stati sollevati molti dubbi. Se la comunità dell’HIV fosse più attiva, se le associazioni italiane si ponessero gli stessi obiettivi di quelle britanniche o statunitensi, il primo dicembre potrebbe essere l’occasione per lanciare delle battaglie, con obiettivi concreti e misurabili. L’Italia è indietro nella battaglia per fermare una volta per tutte l’epidemia, mentre nel mondo si iniziano a vedere aree dove le nuove infezioni si riducono del 30-40% in un anno, e non parliamo della battaglia per la cura dell’HIV, che è un obiettivo realistico e del quale in Italia parla solo il nostro forum. Il primo dicembre dovrebbe essere questo, un’opportunità per costruire il futuro, speriamo tutti che lo divenga al più presto.


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MessaggioInviato: venerdì 1 dicembre 2017, 17:42 
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Iscritto il: venerdì 20 ottobre 2017, 15:38
Messaggi: 48
Grazie mille Dora come sempre.


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MessaggioInviato: sabato 2 dicembre 2017, 21:25 
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Iscritto il: giovedì 9 luglio 2009, 16:34
Messaggi: 84
Complimenti, bel lavoro da diffondere. Grazie.


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